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Non voglio diventare grande! O forse sì.

Stavo accompagnando al nido mio figlio Oliviero, quando ho avuto questa intuizione: spesso cerchiamo in tutti i modi di restare piccoli perché così ci illudiamo che non moriremo mai. Riflettevo da qualche tempo sul tema grande/piccolo. Nelle Costellazioni Familiari e Sistemiche, inventate da Bert Hellinger, è un tema fondamentale affinché via sia armonia nel sistema, sia esso familiare o lavorativo. Il rispetto di chi è grande e per chi è piccolo, è necessario per essere al proprio posto. Ed essere al proprio posto è condizione necessaria per il proprio benessere personale e di chi ci sta intorno.

C’è un momento (che sto attraversando), in cui l’età anagrafica e l’età dello sviluppo personale potrebbero differire. C’è stato un momento in cui mi sono detta: ho quasi 30 anni, quasi due figli (il secondo è in arrivo a Maggio) eppure, dentro, mi sento ancora così “piccola”, ancora così incapace di stare sulle mie gambe.

Quando sono diventata madre l’ho fatto senza pensarci troppo. Ci siamo buttati, io e Fabrizio, in un modo un pò incosciente e al tempo stesso coraggioso. A compiere trent’anni invece mi sto preparando, da più di anno. Ma a cosa mi sto preparando?
A diventare adulta.

E serve una preparazione? Si.

Quando l’ho realizzato, mi ha fatto paura. Mi ha fatto paura perché per la prima volta mi sono resa conto che un giorno morirò. Fino a quel momento non mi era passato neanche per l’anticamera del cervello di morire. Al massimo, da buona adolescente, ogni tanto avevo immaginato il mio funerale (che è ben diverso da pensare di morire veramente). A vent’anni ti senti infinito e invincibile, anche con tutti i problemi e le depressioni che l’adolescenza si porta dietro, ma comunque davanti a te si estende lo sconfinato terreno delle possibilità.

A 30 per la prima volta nella tua vita ti accorgi che già molte di quelle possibilità sono diventate scelte. Quelle scelte ne hanno escluse altre (da qualche tempo esiste una parola per descrivere la paura che scaturisce da questo meccanismo: FOMO, Fear of Missing Out). Infine inizi ad accorgerti che alle scelte che hai fatto conseguono delle responsabilità, e questo a mio parere, significa essere grandi. Essere responsabili di ciò che siamo e di ciò che facciamo.

Ricapitolando, diventare grandi significa: sapere che prima o poi moriremo, che molte alternative non ci sono più date e che siamo responsabili di quello che abbiamo scelto. Sentite un pò di pesantezza? E direi! Ma forse è proprio per questo che facciamo di tutto per restare piccoli! Facciamo fatica a prendere decisioni perché così non affrontiamo la perdita delle alternative e non abbiamo responsabilità, e così mamma e papà, o chi per loro, continuano a prendersi cura dei nostri bisogni (e i nostri problemi). E forse allora, non moriremo mai.

Sarebbe bello. Sarebbe bello?

Anche se potessimo vivere per sempre, vivremmo una vita senza esserci stati mai.
Quando penso ad un adulto, penso ad una persona che si è assunta la responsabilità di chi è nel profondo.

Questo distingue un piccolo da un grande. Un piccolo semplicemente è. Non decide cosa mostrare di se stesso e cosa no. Si mostra per quello che é: con i propri traumi, la propria forza, i propri talenti ancora in potenza, e le proprie difficoltà. Sono tutti lì, spiattellati per chi è in grado di leggerlo.

Un adulto, al contrario, man mano che gli anni passano, le esperienze si accumulano e la coscienza cresce, è costretto da un mondo che offre migliaia di possibilità, e una grande competizione, ad essere sempre più consapevole delle sue qualità, e dei modi con cui esprimerle. Perché non basta avere dei talenti – e questo è un altro brusco risveglio dall’età adolescenziale all’età adulta – i talenti per essere realizzati hanno bisogno di essere praticati (molto) e condivisi. Jung scrive una cosa molto bella in merito:

“Se sei una persona di talento, questo non significa che hai vinto qualcosa. Significa che hai qualcosa da offrire”.

Se guardate le storie dei più grandi sportivi, musicisti, attori, imprenditori, scoprirete sempre che hanno dedicato migliaia di ore e ore a fare ciò che sentivano fosse l’unica cosa che volevano, o a volte, potevano fare.

In ultima analisi, provare a fare ciò che amiamo, significa rischiare. Significa rischiare di mettere a nudo il nostro tesoro profondo e rischiare che qualcuno ci dica: il tuo tesoro fa schifo.

Essere adulti significa sapere nell’intimo di se stessi, che nessuno potrà mai mettere in discussione ciò che ami veramente, ciò di cui la tua anima risplende, quelle cose che, quando le fai, ti senti a casa.

Questo è il motivo per cui voglio conoscermi, e quindi, diventare adulta. Perché farlo mi fa sentire a casa, mi fa sentire il motivo per cui sono qui, mi fa sentire realizzata.
REALIZZATA.
Quando penso a questa parola penso a una persona che ha una carriera, dei soldi, dei figli, una casa etc. Realizzarsi è poco associato alle qualità interiori o alle relazioni umane. A volte essere una persona realizzata significa essere una persona consapevole. Una persona in amore e in armonia con ciò che accade. Sia esso bello o brutto. Una persona realizzata per me è una persona che ama ed è amata. Ama nel senso che è grata di ciò che ha, e ringrazia la vita per ciò che è. E se poi ha una bella casa o un buon lavoro ben venga. Ma non è il motivo per cui sono qui: non sono qui per avere un buon lavoro, sono qui per imparare delle cose che non ho ancora imparato, per fare esperienza di ciò che non potevo esperire altrimenti.

E così, ecco perché mi conviene diventare grande: uno, perché non posso farne a meno. Posso far finta di restare piccolo, ma il tempo è più forte di me, e di te, e sì: prima o poi morirò.
E allora, se so che un giorno o l’altro morirò, in quegli attimi infiniti in cui sono viva, provo a conoscermi e a mettercela tutta per apprezzare questo viaggio che è sempre luce e sempre ombra.

E l’altra cosa buffa a cui penso: abbiamo così tanta paura di morire e però passiamo tutta la vita ad avere paura della vita stessa. Vivi a metà, morti a metà. Ma come diceva Attilio Piazza mio primo insegnante e maestro: la vita va avanti nonostante te stesso. E allora meglio che vada avanti con me, finché sono qui.